Albe Nere

Albe nere,
dietro un vetro ombrato intriso di tristezza.
Guardo quei fumi, consapevolezza macabra che una scelta non è più possibile.
Pavido, sollevo gli occhi al cielo,
piovono angeli in traiettoria ellittica,
le ali si frantumano come se avessero smesso di credere.
Albe nere,
questa città non è un malato immaginario, come Molière,
ipocondriaco Argante, di una commedia farsesca.
Qui i guerrieri cadono per davvero, in ginocchio,
esamini, trafitti da spade di metastasi di diossina di Seveso,
e non esistono scudi o bonus per questi fragili corpi.
Albe nere,
il grande capo ride intercettato,
perché per lui non valiamo nemmeno ‘sti trenta danari,
e per chi ha tradito senza nemmeno baciare,
la vita gli ha già mangiato l’anima.
Albe nere,
questo è il mio atto di abiura,
come un impenitente partigiano,
ho rinnegato la mia terra da un pezzo,
mentre questa discrasia mi avvelena il sangue.

Albe nere,
28 aprile 2086, scegliere non è mai stato possibile,
come Pryp’jat’,
un megafono, una voce metallica, lo stretto necessario.
Non torneremo più indietro.

*iscritta al primo “Concorso di poesia Remo Giancane”

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